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Differenze tra Amare e voler bene
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Dio, la Reale Identità
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La ricerca spirituale e ricerca della Felicità
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Tengo corsi e incontri per maggiori informazioni TRASFORMARE IL RANCORE IN PERDONO Articolo di Andrea Pangos
Il risentimento
Il risentimento e il perdono sono due elementi dell’altalena voler male-voler bene. Ambedue si fondano sull’Amore, perché esperienza primaria, ma mentre il perdono aumenta la qualità vibrazionale, il risentimento le nuoce. Il risentimento esprime la mancata accettazione degli altri e del mondo, come propria illusoria proiezione, perché non si è in Pace con se stessi, a causa del “se stessi” (identità immaginata). Può essere stimolato da avvenimenti “esterni”, ma la ragione principale del rancore consiste nel proprio modo di reagire a queste sollecitazioni. Chi Ama non genera risentimento, ogni sua reazione è Amore. Chi non sa perdonare spezza il ponte sul quale egli stesso dovrà passare. Produrre risentimento significa negarsi la possibilità di Amare. Provare rancore significa esserlo in parte, ogni esperienza è del proprio esserci. Essere in Pace con se stessi significa essere Pace. Detestare gli altri significa detestare parti di sé. Quelli che sono percepiti come altri, fanno parte della propria percezione. Sono io interiori, non individui esteriori. Il risentimento può essere anche una specie di meccanismo di presunta autodifesa, attraverso cui si tende a manipolare chi ci ha fatto risentire, anche attraverso la dinamica dei sensi di colpa, passando magari da vittima a carnefice, anche per guadagnare (pseudo) dignità. Siccome il risentimento influisce sempre negativamente sul proprio stato psicofisico, si tratta sempre di una forma di autolesionismo. Il risentimento obbliga a ripensare all’evento originale e questo produce pensieri negativi, che favoriscono la comparsa di fenomeni nocivi: vendicatività, odio, paura, collera, disprezzo…, che allontanano dall’opportunità di Amare. Il perdono Il perdono è una soluzione dell’incessante tendere dell’Amore a caratterizzare ogni esperienza. È un modo della mente di governarsi beneficamente, per maturarsi. Trasformare il risentimento prima in perdono e poi in Amore, è un processo indispensabile per l’integrazione dell’esserci, la cui completa maturazione implica il perdono totale. Perdonate e vi sarà perdonato. - Lc. 6,37 Il perdono trae spunto dall’Amore e avvicina l’esserci a esserLo integralmente. Il perdono dinamizza, il rancore fossilizza; è un elemento di rigidità mentale. Il perdono Umanizza, è un dar spazio all’emergere dell’Amore. Il perdono fa parte della trasformazione del voler male in voler bene, per giungere a Essere Amore. Il perdono non è un atto d’Amore, ma un aspetto del tendere ad Amare, che è trascendenza del perdono, libera dalla dualità rancore-perdono. Perdonare fa parte del percorso verso Perdonare significa guadagnare la perdita del rancore. Perdonare significa abbandonare la distruttività in favore della creatività. Il perdono fa parte del lasciar andare il superfluo, aprendosi all’essenziale. Il risentimento fa parte del regno dell’offendere, il perdono è frutto di maggior comprendere. Libera dal giudicare, avvicinando al chiaro constatare della pura Conoscenza di esserci. Perdonare significa liberarsi da malfattori: conflitti, odio, giudizi negativi, rimuginare, spregio, offese, frustrazioni, complessi di inferiorità, inconfessato, senso di impotenza… Perdonare significa aprirsi alla piena accettazione di se stessi. L’intero mondo percepito avviene in noi, fa parte di noi stessi, della propria esperienza di esserci. Perdonare fa parte della strada verso l’indipendenza, il risentimento è un forte segnale di dipendenza, attaccamento. Ciò da cui si è veramente indipendenti non turba.
Perdono e dimenticanza Perdonare non vuole dire dimenticare, reprimere o far finta di non vedere. Significa stimolare la trasformazione del ricordo in Amore. Più è consapevolizzato, più il ricordo dell’avvenimento offensivo è percepito come Amore, affrancato da sensazioni negative prodotte nel momento dell’offesa e in seguito. Durante Perdonare è liberare un prigioniero e scoprire che quel prigioniero eri tu. Perdono e salute individuale e pubblica Il rancore è una reazione automatica all’offesa, prodottasi anche perché l’individuo traumatizzato non era abbastanza consapevole. Il rancore può essere considerato giusto, ma (continuare a) non perdonare è “ingiusto”, perché nuoce. Chi non vuole perdonare per far male all’offensore, lo danneggia veramente, nuocendo comunque primariamente a se stesso, ma anche ad altri, soprattutto a chi gli è vicino. In questo senso, come ogni fenomeno che ostacola l’esprimersi dell’Amore, il rancore è una questione di egoismo. Il non perdono è una questione di salute pubblica, anche quando si tratta del risentimento del singolo, poiché molti singoli risentimenti favoriscono il rancore collettivo. Ancora di più lo è quando si tratta di risentimento collettivo. Le grandi tragedie collettive, non vanno certamente dimenticate, ma andrebbero consapevolizzate, armonizzando le vibrazioni mnemoniche di queste tragedie, con la vibrazione dell’Amore. Il risentimento che si è creato come loro conseguenza è comprensibile, ma ciò non lo rende innocuo per la salute pubblica. “Siate invece gli uni verso gli altri benigni, misericordiosi, perdonandovi a vicenda, come anche Dio vi ha perdonati in Cristo” - Efesini 4:32 Il perdono collettivo, che parte dal perdono individuale, è di enorme beneficio per l’umanità intera. Continuando a provare risentimento, si continua a nutrire le paure e le altre emozioni negative nell’orbita del rancore, il che distorce la percezione delle cose, si vedono pericoli dove non ci sono. Si possono facilmente ritenere nemici quelli che soltanto sono diversi, professano una religione differente oppure appartengono a un’altra nazione. Allora, per paura di subire nuovamente, c’è il rischio di offendere preventivamente. Il carnefice è una vittima Il bisogno di perdonare non ce l’ha soltanto l’offeso, ma anche chi ha offeso. Sia che se ne renda conto o no, se prova o no senso di colpa, ha bisogno di perdonarsi, per sanarsi. Se non è conscio di aver “sbagliato”, nel senso di aver favorito la creazione di processi negativi, non significa che non abbia bisogno di agire per trasformarli beneficamente. Le emozioni e idee nocive che l’offeso e chi sta dalla sua parte gli rivolge, influiscono negativamente sull’oppressore, che è tre volte vittima, perché: - subisce l’influsso negativo di chi gli è contro, - condizionato negativamente dai propri processi scaturiti dal suo offendere, - succube dei meccanismi comportamentali che lo portano a far risentire altri. Immedesimarsi consapevolmente con l’offensore, cercando di non farsi condizionare nocivamente da lui, per comprendere che anch’egli è una vittima, è un atteggiamento molto risolutivo. Vittima, oppressore e possibilità di sviluppo Carnefice e vittima sono allacciati da un profondo legame, da trasformare in libertà, indipendenza. Hanno una grande opportunità di aiutarsi a vicenda, per maturare. Trasformare l’ignoranza che ha portato al risentimento, in conoscenza che porta al perdono, è un grande risultato per ambedue. Il malessere, sia dell’offensore che dell’offeso, può essere lo stimolo per una profonda trasformazione dell’esserci, per incamminarsi seriamente sul percorso verso l’Amare e L’offensore, spinto anche dal malessere, ha l’occasione di chiedere scusa e di comprendere che il suo comportamento è stato nocivo, che farebbe bene a consapevolizzarlo, per toglierlo dal proprio bagaglio di programmi comportamentali negativi. La vittima ha una grande opportunità, perdonare e mettersi in pace con se stessa e con l’offensore, donandosi così nuove possibilità di miglioramento della vita. Perdonando facilita l’avviamento di processi positivi anche nell’aggressore. La pace è un bene comune, il conflitto porta malessere collettivo.
Rancore, sadismo e masochismo Il risentimento può essere indice di sadismo. Consciamente o inconsciamente, seppure in minima misura, può facilmente essere che si provi piacere a nuocere al prossimo. Si tratta di un compiacimento per la sofferenza altrui, stimolata dal nostro rancore. Il rancore può anche indicare il proprio masochismo. Il proprio risentimento e l’essere aperti all’influsso negativo altrui, possono essere modi per provocarsi sofferenza, magari per sentirsi più vivi o per definirsi un ruolo, per aumentare il proprio ruolo di vittima, per attirare l’attenzione altrui e per arricchire il proprio dramma vitale, innamorandosi così meglio delle proprie disgrazie, perché fanno sentire particolari. Il perdono è una scelta? Chi si chiede se concedere o meno il perdono, si domanda se fare del bene o se continuare a nuocere, a se stesso e altri. Il non perdonare è una forma molto perfida di (auto)danneggiamento, perché facilmente giustificabile. A essere precisi, chi ha la capacità di perdonare perdona, mentre chi non lo fa significa che non ha la possibilità di farlo. È quindi utile sostituire la domanda Perdono o non perdono? con Sono veramente in grado di perdonare?, Ho veramente possibilità di scelta?, Cosa devo fare per maturare la capacità di perdonare? Non si deve comunque recriminare o sentirsi in colpa perché non si ha la capacità di perdonare, è bene adoperarsi per maturarla. Il perdono è spesso è una reazione a un malessere così profondo, che l’apertura al perdono è la via obbligata per allentare la tensione, per non soffocarsi con il proprio rancore. Perché non anticipare i tempi, risparmiandosi tanta sofferenza, affermando sinceramente Abbandono completamente il rancore all’Amore! Farlo è un modo qualitativo di utilizzare le minime possibilità di cosiddetto libero arbitrio, facendo in modo che il pesciolino, invece di continuare a combattere con l’oceano, gli affidi la risoluzione. Perdonare se stessi e altri Il perdono può essere relativo a se stessi, agli altri e a Dio. Si tratta comunque del perdonare/accettare se stessi, consapevolizzando le proprie proiezioni: amico, madre, padre, fidanzata, moglie, nonno, collega di lavoro, popolo, umanità, mondo, universo, Dio… Perdonarsi significa accettarsi, cessando di immaginarsi, neutralizzando l’identità immaginata. Perdonare gli altri è un riflesso dell’accettarsi. Si tratta del proprio esserci che si accetta, per vibrare integralmente d’Amore. Per perdonare il prossimo è necessaria l’accettazione di ciò che è percepito come l’altro. La consapevolezza che si tratta di una nostra proiezione, che appare in noi stessi, facilita il perdono. Nel senso stretto e tecnico del termine/fenomeno, si ha veramente perdonato qualcuno, quando le vibrazioni del (fu) risentimento e dei nostri segmenti relativi al prossimo in questione, sono definitivamente armonizzate con quelle dell’Amore. Amerai il prossimo tuo come te stesso. - Mt. 22,39. Maturare la capacità di perdonare e di non risentirsi Il grado di capacità di perdonare è un indicatore fondamentale di maturità spirituale. Chi immagina di star ben progredendo spiritualmente, senza però aumentare la propria capacità di perdonare e di non risentirsi, può soltanto illudersi di star progredendo spiritualmente. La mancata maturazione di queste due capacità dovrebbe essere vista come segno che l’integrazione dell’esserci si è sostanzialmente fermata. L’aumento della possibilità di perdonare è direttamene correlata alla maturazione della capacità di Amare. Il grado di risentimento va visto anche come indicatore del grado di narcisismo. Più l’individuo è contraddistinto dal narcisismo, meno è capace di perdonare e più è propenso alla vendetta, attitudini che sono chiaramente segni di immaturità. Solamente chi è forte è capace di perdonare. RIFLESSIONI LIBERATORIE - Quanto il mio risentimento è causato veramente da fattori esterni e quanto invece sono troppo suscettibile? - Il mio risentimento è forse anche un modo di attirare l’attenzione, di giocare con gli altri, manipolandoli? - Sto usando il risentimento per far provare sensi di colpa ad altri? - Se sono veramente risentita/risentito, perché continuo a frequentare chi mi ha offeso? Non è che la mia è una dipendenza emotiva, oppure finanziaria, concettuale, giuridica…? Quanto è il mio libero arbitrio, ne ho, se non posso smettere di frequentare chi mi fa del male? Cosa devo fare per liberarmi dai condizionamenti negativi? - Sto veramente scegliendo di non perdonare, oppure il provare risentimento è un meccanismo dominante? - In quale misura il non perdonare altri è una conseguenza del non accettarmi? - Il risentimento che provo mi sta provocando sensi di colpa? - Perché continuare a nuocersi provando rancore, quando ciò che si cerca è l’Amore? - Dove mi sta portando il rancore, verso la felicità o verso la sofferenza? Voglio stare bene o farmi male? - Credo davvero possibile che si possa stare bene soffrendo? - Cosa mi costa perdonare? - Cosa mi costa chiedere sinceramente scusa? - Esiste maggior dazio della sofferenza costante? Piuttosto che crogiolarsi nel rancore, |