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Articolo tratto dal libro
L'ESISTENZA SENZA TEMPO
Saggio spirituale

Gli argomenti di questo sito sono trattati al corso Alla Ricerca della Reale Identità

SULLA MORTE

  1. I modi di comprendere la morte…………..
  2. “Trascendere” la morte………….

Alla maggioranza delle persone il solo pensiero riguardo alla morte o l’idea della morte provoca disagio, paura o qualche altro trauma. Il più delle volte queste situazioni si risolvono:

- con il desiderio (l’intenzione) di non riflettere sulla morte (“non voglio pensare a ciò”),

- con la spontanea repressione nell’inconscio dei pensieri sulla morte,

- reindirizzando i pensieri verso qualcos’altro,

- accettando la morte come qualcosa di inevitabile, di destinato (“ognuno deve morire un giorno”), ecc.

1.     I MODI DI COMPRENDERE LA MORTE

La morte è soltanto una parola? Come farne esperienza? C’è qualcuno che ha il diritto di parlare della morte, poiché nessun vivo ha avuto questa esperienza?

Avere il corpo fisico significa – sono vivo, mentre non averlo significa – sono morto?

Ognuno (o tutto ciò) che nasce deve un giorno (e più è lontano questo giorno, meglio è) morire?

Questi e simili modi di comprendere la morte e idee simili su essa si basano sul ragionamento che l’essenza dell’uomo è legata esclusivamente al corpo fisico.

Lav Tolstoj ci indica:

“Chi comprende falsamente la vita, comprenderà falsamente anche la morte.” 46)

46) Vedi: “Biseri mudrosti”, jasmina Puljo, GRO Prosveta, beograd, 1979, pag 243.

L’esperienza primaria del proprio esistere, prima di tutto tramite il “piacevole - spiacevole” porta all’attaccamento al corpo, ovvero all’identificare se stessi con il corpo fisico.

La constatazione riguardo al proprio esistere – “io sono”, “io esisto”… porta all’attaccamento a elementi parziali della mente e all’identificare se stessi con la mente, primariamente con la mente parziale.

L’attaccamento al corpo fisico e alla mente porta alla constatazione: “ho il corpo fisico, provo emozioni e penso – significa che sono vivo”. Questo concetto “sono vivo” ha il proprio contrario nel fatto che un giorno sarò morto. Il principio dualistico crea così a se stesso l’immagine che se qualcuno è nato deve anche morire.

Il concetto “io”, “io sono” è intollerante verso l’esistenza impersonale e da ciò il problema della paura della morte.

Preoccuparsi della morte porta alla paura perchè la maggioranza della gente non sa cosa sia la morte, o perlomeno a cos’è collegata la morte. Così la vita che si manifesta attraverso le situazioni della vita è compresa come periodo dal momento del concepimento (o della nascita) sino al momento della morte. La lotta con la paura si trasforma in lotta con il tempo. L’attesa che ogni attimo che arriva passi in quello successivo, crea l’illusione del tempo per lenire la paura dell’illusoria morte.

In questo modo si evita di pensare alla morte attraverso il riflettere sull’immaginario futuro. Attraverso il subconscio la paura si divide in parti e si “traveste” in molte altre paure e “paurine”, rinunce, insoddisfazione, rabbia e molteplici altre emozioni e pensieri distruttivi.

La paura è una delle forme primarie di attaccamento ed è direttamente collegata con altre forme di attaccamento come: attaccamento al materiale, alla soddisfazione dei sensi, all’esprimere le capacità, al passato e al futuro, ai rapporti con gli altri (rapporti tra partner)… ovvero, osservando globalmente, alla vita.

Qualsiasi paura, e anche la paura della morte, deriva dall’attaccamento al corpo e alla mente. L’uomo ha paura della morte perchè ha paura di perdere l’identità. La paura della morte non è espressa tanto nel fatto che qualcuno ha la sensazione che non ci sarà più, ma che morirà non realizzato.

Il concepimento, la nascita e la morte sono concetti legati al concetto di tempo e il tempo è un elemento della mente. L’esperienza del tempo si forma contemporaneamente con l’esperienza di se stessi come corpo fisico e mente, e del mondo come ambiente circostante. Questo è simile all’esperienza di quando termina il sonno. Il tempo si trova in noi stessi, e non noi in esso. Il momento quando conosciamo di essere (“io sono”) segna l’inizio del tempo e quando termina la conoscenza di essere, questo segna la fine del tempo.

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